Non c’è napoletano che almeno una volta nella vita non abbia accennato questa celebre canzone guardando la Chiesa di Santa Chiara, anche Marcello Mastroianni la canticchiava nel film “Matrimonio all’italiana” diretto da Vittorio De Sica.

“Munasterio ‘e Santa Chiara…
Tengo ‘o core scuro scuro…
Ma pecché, pecché ogne sera,
Penzo a Napule comm’era,
Penzo a Napule comm’è”?!
La canzone, scritta all’indomani della seconda guerra mondiale da Michele Galdieri e Alberto Barberis, è lo specchio di una Napoli distrutta dalle bombe e il dolore di un popolo che oramai ha perso tutto, ma non la sua dignità, e che ha bisogno di guardare avanti, di ricominciare da dove il tempo si era fermato.
Ed è quello che accadde al monastero di Santa Chiara i cui lavori di restauro durarono ben 10 anni.
Il Complesso venne quasi raso al suolo il 4 agosto del 1943 nel corso di uno dei più feroci bombardamenti aerei, inspiegabile dal punto di vista tattico e che arrecò gravissimi danni all’intera città.

Con Santa Chiara, in particolare, i napoletani avevano e hanno un legame affettivo che li riporta alla devozione per san Gennaro.
Si perché anche se le spoglie e l’ampolla contenente il famoso sangue sono custoditi altrove, il busto e quello di altri santi compatroni vengono portati in processione per le strade del centro storico, dalla Cattedrale fino a Santa Chiara per la celebrazione eucaristica, evento che richiama moltissimi fedeli.
Come nasce Santa Chiara?
Santa Chiara sorge nel 1310 all’epoca della dominazione angioina con il nome di Ostia Santa, per volere di re Roberto d’Angiò e della sua seconda moglie, Sancia di Maiorca entrambi legati all’ordine Francescano. Si pensi che il fratello del re, Ludovico, abdicò in favore di Roberto che gli successe al trono e preferì indossare l’abito francescano, scegliendo di vivere umilmente tanto da diventare Santo, con il nome di San Ludovico da Tolosa.
Venne eretta su di un complesso termale risalente alla fine del I secolo d.C. e venuto alla luce durante i lavori di restauro dopo i bombardamenti del 1943.
La chiesa ed il complesso monastico furono costruiti per ospitare circa 200 monache ed una cinquantina di frati ai quali spettava l’amministrazione dei sacramenti, un convento doppio quindi diviso in due ali separate.
La Chiesa dal “corpo” apparentemente gotico, ma che nasconde un’anima barocca
L’aspetto della chiesa e del convento doveva risultare diverso da quello attuale. Grazie a degli studi effettuati recentemente si è scoperto che, pur trattandosi di un tempio voluto da regnanti di origini francesi, non rispettasse i canoni del gotico puro. La chiesa doveva innalzarsi fino a toccare quasi il celo e con un’aula unica come quella attuale, ma le finestre decorate con modanature differenti e all’interno della chiesa una serie di rilievi e sarcofagi e soprattutto affreschi finivano col decorare le pareti.
Entrando da Via Benedetto Croce
si nota da lontano un portale con una sporgenza che ricorda l’elmo di un soldato, quasi a simboleggiare un elemento di difesa per una cittadella monastica che in pieno centro avrebbe ospitato un numero elevato di monache francescane, infatti un tempo le mura che circondavano il complesso erano molto alte, poi ribassate, ed il portale indietreggiato di cinque metri nel 1973.
Varcata la soglia di ingesso ci si trova di fronte ad una semplice facciata, realizzata in tufo giallo e piperno, preceduta da un pronao sorretto da archi a sesto acuto che ricordano uno stile islamico e non certo gotico.
Al di sopra della facciata si staglia una grande finestra/rosone e lo stemma della regina Sancia, quasi a voler suggellare il legame tra la sovrana con l’ordine Francescano. Oggi dopo i restauri del dopoguerra la chiesa si presenta in una veste gotica, ma non bisogna lasciarsi ingannare perché l’aspetto attuale differisce molto dall’originale. All’interno presenta una pavimentazione barocca progettata da Ferdinando Fuga, frutto del rinnovo settecentesco voluto dalla Regina Maria Amalia di Sassonia, moglie di Carlo di Borbone, in accordo con la badessa Ippolita di Carmigliano. Gli interventi modificarono del tutto l’aspetto della chiesa trecentesca, alterandone la semplicità di un tempo coprendo, con decori e sovrastrutture barocche realizzate con marmi compositi, stucchi e tendaggi anche ciò che restava degli affreschi realizzati da Giotto e dei suoi allievi che raffiguravano le Storie dell’Apocalisse e del Vecchio e Nuovo testamento.

Interno
La chiesa ha un’aula unica con 10 cappelle per lato e di fronte all’ingresso, in bella vista nella zona d’altare, campeggia il monumento sepolcrale di Re Roberto d’Angiò con lui rappresentato ben tre volte in questa opera monumentale che più delle altre porta i segni del grande incendio dovuto ai bombardamenti e mancante della parte superiore.
La chiesa fu scelta dai sovrani angioini come luogo di sepoltura della famiglia e successivamente con l’arrivo dei Borbone nel 1734 divenne il pantheon della famiglia borbonica infatti l’ultima cappella a destra è chiamata dei “regi borbonici” e ospita alcune tombe tra cui quella di Filippo, figlio di Carlo, morto prematuramente.
Dietro l’altare c’è il coro delle monache ed una cancellata chiamata comunichino che permettevano alle clarisse di partecipare alla santa messa senza essere viste e di ricevere l’eucarestia. Al di sopra delle cappelle si trova un ballatoio che si ipotizzò potesse avere funzione di matroneo, ma era più probabile che fosse un ambiente di passaggio da una zona all’altra. Il tetto poi, anche se ricorda i famosi tetti a capriate in legno tipiche delle strutture gotiche, è in realtà realizzato in cemento armato e dipinto con i colori del legno.
La chiesa ospita nella prima cappella a sinistra, la tomba del carabiniere Salvo D’Acquisto, morto il 23 settembre del 1943, per essersi sacrificato dando la propria vita in cambio di un gruppo di civili contro le truppe naziste.

Chiostro maiolicato
Anche lo splendido chiostro maiolicato subì danni durante il bombardamento ma fortunatamente non così gravi da rovinare per sempre una delle più belle testimonianze di arte locale, ovvero la lavorazione delle maioliche dipinte a mano con i colori dell’azzurro che ricordano il cielo e il mare, il giallo del sole e degli agrumi e il verde della ricca vegetazione e delle coltivazioni e delle piante che ornavano i giardini interni di questi luoghi paradisiaci.
Il chiostro un tempo molto semplice, fu trasformato nell’aspetto attuale con i lavori realizzati dall’architetto Domenico Antonio Vaccaro il quale realizzò una struttura sopraelevata per dare risalto alle quatto aiuole che venivano fuori dall’intersecazione dei viali centrali a mo’ di croce.
Questi ultimi poi dovevano un tempo essere sormontati da un pergolato che faceva ombra a chi vi passeggiava, ecco perché le colonne che lo sorreggevano furono realizzate in forma ottagonale e le maioliche decorate con una spirale di grappoli di uva che si raccordavano con quella vera sul pergolato in una continuità tra vero e illusione.

Chiostro maiolicato
Lungo i viali le maioliche dei muretti e delle sedute furono decorate con scene di genere quasi profano, ma di alta fattura.
Festività agricole e scorci marinari, in netto contrasto con la sacralità del luogo, per ricordare i luoghi di origine delle monache, spesso appartenenti a famiglie nobiliari, costrette alla vita di clausura.
Infine le pareti del chiostro furono decorate con affreschi seicenteschi raffiguranti Santi, allegorie e scene dell’Antico Testamento.
Museo dell’opera
Attualmente il complesso di santa chiara ospita il “Museo dell’opera in cui sono esposte opere già del monastero,
o di altri conventi francescani cittadini soppressi nel XIX secolo, frammenti di monumenti presenti un tempo in basilica e poi gravemente danneggiati durante i bombardamenti alleati e reperti recuperati dagli scavi archeologici delle terme romane.
“Santa Chiara tengo o cor scur scur”
Articolo a cura di Roberta Paparo: guida turistica autorizzata regione Campania
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