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Atmosfere spagnole nel Cilento, Museo Casa Ortega. Un legame tra storia ed arte

Bosco, piccolissima frazione del Comune di San Giovanni a Piro, ai piedi del dolomitico Monte Bulgheria, decise di trascorrere gli ultimi vent’anni della propria vita il pittore spagnolo Josè Garcia Ortega: allievo di Picasso. Qui costruì la propria casa studio: un pizzico di atmosfere moresche tra i monti del Cilento.

Scopriamo insieme il Museo Casa Ortega a Bosco

La Casa Museo a lui intitolata si trova in Piazza S. Rosalia ospitata in un palazzo ottocentesco dal bel portale in pietra sormontato da uno stemma in marmo bianco e protetto da un portico con arco a sesto acuto. Si sviluppa su tre piani e l’esposizione pittorica custodita ripercorre narrativamente il pensiero ed il percorso artistico del pintor. Al piano terra vi sono i Segadores, un ciclo di dipinti a comporre un racconto pittorico della condizione sociale ed economica dei mietitori spagnoli negli anni’30. Al secondo piano sono esposti pannelli in cartapesta dei cicli Passarono e Morte e nascita degli innocenti realizzati a Matera nel 1973 che raccontano la drammaticità di una guerra civile che, nonostante l’incessante susseguirsi del rosso intenso del sangue e delle smorfie di disperazione, lasciano comunque uno spiraglio di speranza e di fiducia verso un futuro migliore. Per Ortega “l’arte non è passatempo, ma necessità di legge morale, di ordine etico”: le sue opere sono un invito costante all’impegno civile. All’ultimo piano trovano spazio le opere della “missione sociale” dell’artista note come “Decalogo della democrazia”: dieci litografie che invitano al perseguimento continuo della propria libertà di pensiero ed azione, all’esaltazione della democrazia ed alla negazione della dittatura. Dal vagabondare per le campagne e per i vicoli, dal dialogare con i contadini, dall’osservazione della gestualità del potare, del mietere, dello zappare nascevano i suoi lavori: “esseri curvi dalle schiene spezzate, dalle mani callose, dallo sguardo attonito ed impaurito”.

José Garcia Ortega (Arroba de los Montes – Mancha, 1921 – Parigi, 1990) fu costretto all’esilio dal 1960 perché in contatto con i rivoluzionari antifranchisti. Nel piccolo borgo cilentano trascorse gli ultimi vent’anni, prima di morire a Parigi. Considerato uno dei più grandi pittori spagnoli, e non solo del ‘900, ha esposto in America, Francia, Germania, Belgio, Italia e Spagna. Le sue opere, impregnate di realismo, partono dalla semplice osservazione della condizione dell’uomo e arrivano, grazie alla grande maestria nell’uso dei colori e della luce, a lanciare un fortissimo messaggio universale. L’artista decise di stabilirsi a Bosco perché il borgo contadino era simile a quello della sua infanzia e gli abitanti – poveri, con il viso scurito ed indurito dal sole – richiamavano la sua gente. Poi, la storia di Bosco – fatta di gente ribelle al potere borbonico – si intreccia al vissuto del pintor, che ha combattuto la dittatura di Franco dall’età di quindici anni, pagando con il carcere e l’addio all’amata Spagna. Per anni si impegnò nella ristrutturazione della sua casa. La cura per i dettagli, l’originalità nella scelta dei colori e delle forme, la singolarità degli arredi ne fanno un vero museo d’arte. Niente è banale, nulla è per caso.

Entrambi, Ortega e cittadini di Bosco, hanno lottato coraggiosamente ed eroicamente per l’affermazione dei propri ideali. Da Bosco, infatti, partirono nel giugno 1828 i primi moti libertari del Cilento, repressi violentemente nel sangue. Il paese fu dato alle fiamme dai Borbone, raso al suolo e cancellato per sempre dall’Albo dei Comuni “per tirannica vendetta combusta, perché prima spiegò il tricolore”. A ricordare l’accaduto è un murales maiolicato dipinto dallo stesso Ortega (1980), sito all’ingresso del paese, a tutti ormai noto come la “Guernica” cilentana. Egli stesso era solito ripetere: “Sto bene con voi, perché qui ho trovato un’angoscia ed una miseria che sono quelle della mia gente. Perché i colori sono quelli della mia terra. Sono rimasto perché la pelle dei braccianti è scura e secca, come quella dei contadini spagnoli”.

Bosco (390 m s.l.m.), il cui nome è legato alla natura boschiva del territorio, sorge intorno all’anno 1000 d.C. Il suo sviluppo è legato alla chiesa parrocchiale di San Nicola, antica abbazia, prima greco-bizantina, poi benedettina sorta nei primi del 1200. Diventa Comune nel 1200, poi soppresso il 28 luglio 1828 per Regio Decreto di Francesco I di Borbone, Re di Napoli e delle due Sicilie, quale esemplare punizione, per aver attivamente partecipato alla Rivolta del Cilento del 1828 ed aggregato al comune di San Giovanni a Piro.

L’itinerario ha inizio dalla piazzetta intitolata ai martiri dei moti cilentani del 1828. Dopo una rigenerante bevuta alla sorgente Sambuco le cui acque, provenienti dal monte Bulgheria, scorrono sempre fresche e leggere, ci si sposta verso il centro. Vicino al vecchio lavatoio, si può ammirare la cappella di Santa Maria del Carmine, fatta edificare nel 1648 da Pompeo Ursaia (figlio di Domenico docente di diritto canonico presso l’Università della Santa Sede). In piazza S. Rosalia è ubicata al centro l’omonima cappella eretta nella seconda metà del XVII sec. per devozione alla Santa dopo l’epidemia di peste che causò a Bosco 200 morti. Di particolare pregio è il pavimento maiolicato che contorna uno stemma gentilizio.

Un’altra importante frazione di San Giovanni a Piro è Scario, un delizioso borgo marinaro che sorge sulla costa alle pendici del monte su cui è arroccato il paese.

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Autore: Stefania Maffeo
Giornalista multitasking, classe 1976, eclettica comunicatrice, appassionata lettrice, di cinema e di storia contemporanea, da sempre utilizza la parola come strumento di piacevole realtà. Esperta in comunicazione istituzionale, organizzazione di eventi e giornalismo scolastico, è da oltre dieci anni impegnata in progetti di elaborazione magazine e blog per alunni di scuole di ogni ordine e grado, contribuendo a favorire nei giovani l’interesse per la realtà circostante unita al corretto modo di valutare ed interpretare le informazioni mediatiche.